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Storia di Buddusò: dalle origini preistoriche al presente
La storia di Buddusò: un territorio abitato da millenni
La storia di Buddusò affonda le proprie radici in un passato remoto, che attraversa millenni di presenza umana, trasformazioni sociali ed eventi storici decisivi. Dalle prime comunità neolitiche alla civiltà nuragica, dal Medioevo giudicale all’età contemporanea, Buddusò rappresenta un esempio significativo di continuità insediativa e resilienza comunitaria nel cuore della Sardegna.
Origini preistoriche: il paesaggio sacro della Sardegna antica
Il territorio di Buddusò risulta abitato fin dal Neolitico (circa 5.000–6.000 anni fa). Numerose domus de janas, tombe ipogeiche scavate nella roccia, insieme a dolmen e altri monumenti megalitici, testimoniano una presenza umana stabile e organizzata.
Con l’età del Bronzo si sviluppa la civiltà nuragica (1800–300 a.C.), che ha lasciato nel territorio buddusoino una straordinaria concentrazione di testimonianze:
- 32 nuraghi
- tombe dei giganti
- pozzi sacri
Tra questi spicca il Nuraghe Loelle, situato a circa 7 km dal centro abitato. Si tratta di un nuraghe complesso trilobato, dotato di gradini interni e di una camera inferiore, probabilmente utilizzato per il controllo strategico del territorio. Accanto al monumento sono presenti due piccole tombe dei giganti, confermando il ruolo rituale e comunitario dell’area.
In località Sos Muros, nei pressi delle sorgenti del fiume Tirso, sono stati identificati i resti di un villaggio nuragico successivamente frequentato in epoca romana. Questo insediamento è noto come Caput Tyrsi, luogo strategico per il controllo delle acque e delle vie di comunicazione.
Durante la dominazione romana, una diramazione della strada imperiale Karalis–Olbia attraversava l’area, con una stazione di sosta proprio presso le sorgenti del Tirso.
Questi elementi confermano l’importanza del territorio di Buddusò come crocevia naturale tra Gallura, Logudoro e Barbagia.
Età medievale: dal Giudicato ai feudi aragonesi
Le prime menzioni storiche documentate di Buddusò risalgono al XIV secolo. In atti medievali il paese compare con il nome di Gullusò (1341). In questa fase il centro faceva parte del Giudicato di Torres, all’interno della curatoria di Monte Acuto.
Con la caduta del giudicato nel 1259, il territorio passò sotto il controllo dei Doria, per poi entrare nel feudo del Ducato di Monte Acuto sotto la Corona d’Aragona nel XV secolo.
La dominazione iberica lasciò segni profondi:
- nell’architettura religiosa, come lo stile gotico-catalano della chiesa di San Quirico
- nella lingua, con l’introduzione di termini di origine spagnola ancora presenti nel dialetto locale (sa temporada, sa mariposa)
Nel 1720, con il Trattato dell’Aja, Buddusò passò ai Savoia, entrando a far parte del Regno di Sardegna. L’abolizione del feudalesimo nel 1839 segnò un passaggio epocale: il paese fu riscattato dai feudatari e integrato pienamente nello Stato moderno.
L’Ottocento: crescita, disuguaglianze e conflitti sociali
Nel XIX secolo Buddusò era un centro rurale di media grandezza. Vittorio Angius, nel 1833, lo descrive con 460 case disposte lungo strade irregolari. Accanto alle abitazioni povere, spesso costituite da un unico vano condiviso con gli animali, iniziarono a sorgere i sos palattos: palazzi a più piani in blocchi di granito, costruiti dalle famiglie più agiate.
Le condizioni di vita erano però difficili:
- assenza di acquedotto
- sei pozzi pubblici per l’approvvigionamento idrico
- nessuna rete fognaria
- forti disuguaglianze sociali
L’Editto delle Chiudende del 1820, che consentiva la recinzione delle terre, aggravò ulteriormente la situazione, sottraendo ai pastori poveri l’uso dei terreni comuni. Ne derivarono conflitti, abigeato e banditismo, diffusi per tutto il secolo.
Un verso popolare dell’epoca sintetizza il malcontento:
“Tancas serradas a muru,
fattas a s’afferra afferra;
si su chelu fit in terra,
bo che lu serraìzis puru”
Dall’Unità d’Italia al secondo dopoguerra
Nonostante le difficoltà, Buddusò non fu mai completamente isolato. Nel 1893 venne attivata una stazione ferroviaria sulla linea Tirso–Ozieri–Goceano, sebbene distante dal centro abitato.
La popolazione crebbe costantemente fino agli anni Sessanta del Novecento. Un ruolo decisivo ebbe il secondo dopoguerra, quando l’eliminazione della malaria in Sardegna (progetto ERLAAS guidato da Giuseppe Brotzu) migliorò sensibilmente le condizioni sanitarie.
Tra gli anni 1960 e 1970, Buddusò visse la sua fase d’oro economica:
- cave di granito
- raccolta del sughero di alta qualità
- piena occupazione
Nel 1961 la popolazione raggiunse il massimo storico di circa 4.555 abitanti.
Crisi, emigrazione e trasformazioni recenti
A partire dagli anni Settanta, la meccanizzazione agricola e la concorrenza globale nel settore estrattivo portarono a una forte emigrazione, spesso verso la penisola o l’estero. Il calo demografico fu accentuato nel 1996, con la nascita del nuovo comune di Padru, che comportò la perdita di parte del territorio e della popolazione.
Nel XXI secolo il numero degli abitanti si è stabilizzato intorno ai 3.600–3.800 residenti, grazie anche a nuove famiglie immigrate dall’Europa orientale.
Negli ultimi anni Buddusò ha avviato un processo di rilancio territoriale:
- realizzazione di un parco eolico
- valorizzazione del patrimonio storico e culturale
- promozione del turismo sostenibile
Un borgo che guarda al futuro senza dimenticare il passato
Oggi Buddusò si presenta come un borgo consapevole della propria storia, capace di trasformare le difficoltà in risorse. I nuraghi, le chiese in granito, le tradizioni artigiane e la memoria collettiva raccontano un territorio che ha attraversato i secoli mantenendo intatta la propria identità.
Una storia lunga migliaia di anni, che continua a vivere nel presente.